Premio: My cup of tea 2015

Anno nuovo, tazza di tè nuova. Eccomi quindi qua scrivere il post sulpremio My cup of tea inventato da quel losco figuro di Yue di SayAdieutoYue (cit.)

Riporto con certosina precisione la definizione del premio direttamente dal blog del suo inventore:

Ed eccoci arrivati alla terza edizione del premio “My Cup of Tea“. Questo premio è nato due anni fa, con lo scopo di celebrare non l’opera più bella dell’anno di riferimento (troppo facile) ma piuttosto,quella che più vi ha sorpreso, contro ogni aspettativa.

Per opera intendo qualsiasi cosa: fumetto, serie tv, film, libro e quant’altro. E potete fare anche premiazioni multiple, per ogni tipologia (quindi un film, una serie tv e così via). Non ci sono scadenze, cari amici blogger, ma se partecipate fatemelo sapere!

Continua a leggere…

Il secondo proposito di lettura del 2015: La Nemica di Irène Némirovsky

Nello scorso proposito di lettura (lo trovate qui) avevo accennato al fatto di aver trovato un paio di titoli interessanti grazie al periodo di prova di Kindle Unlimited il primo era Stoner, il secondo è questo. Attualmente i libri non si trovano più sul mio lettore, l’abbonamento è scaduto e non avendo io rinnovato i libri sono tornati nell’etere amazoniano senza particolari rimpianti.
Oggi vi parlo di un libro  il cui finale proprio non è piaciuto, o meglio ha scatenato in me una reazione descrivibile solo col contributo qui sotto:

e15960429e2ef92fcdbc2faa7352d5fa.jpg
Ma seriamente? Mi stai prendendo in giro? Hai veramente il coraggio di finire in questo modo? Are you kidding me? Diglielo Tennant / Ten diglielo!

Si tratta de La Nemica di Irène Némirovsky.

Continua a leggere…

Premio: My cup of tea 2014

Eccomi qua, ancora mezzo influenzata e con tra le mani l’ennesima tazza di tè degli ultimi 5 giorni, a scrivere un post che ho promesso da tempo e che, al solito, arriva in ritardo. Si tratta del premio My cup of tea inventato da quel losco figuro di Yue di SayAdieutoYue (cit.)

Riporto con certosina precisione la definizione premio direttamente dal blog del suo inventore:

Questo premio è nato un anno fa con lo scopo di celebrare non l’opera più bella del 2014 (troppo facile) ma piuttosto, quella che più vi ha sorpreso, contro ogni aspettativa.

Invito caldamente tutti i miei amici blogger a partecipare, assegnando i loro personali My Cup of Tea.  Basta riportare a inizio post il bannerino con la tazzina, e citare l’opera  vincitrice con un breve  (o lungo!) commento sul perché è stata scelta. Quest’anno non ci sono limitazioni : il premio può essere assegnato ad un fumetto, ad un libro, ad un film (o telefilm), sia editi/distribuiti che inediti in lingua italiana. Insomma, potete tranquillamente sbizzarrirvi!
Ora, visto che qui si parla di solito di libri tutti voi penserete che io assegnerò una bella tazzina a un libro e invece…

Continua a leggere…

Il primo buon proposito di lettura del 2015: Stoner di John Williams

Nello scorso mese di dicembre ho deciso di usufruire del periodo di prova gratuito offerto dal servizio di Amazon Kindle Unlimited, non sono stata convinta al punto di rinnovare l’abbonamento (non tanto per il costo di 9.99 euro, quanto per il fatto che molti dei libri che mi interessavano li avrei dovuti comprare comunque in quanto non facenti parte il catalogo) ma ho trovato due libri che mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di libri da queste parti.
Il primo titolo è Stoner di John Edward Williams, altrimenti poi lo confondiamo con John Williams quello che ha scritto questo (tanto per fare un esempio).
A mia insaputa, perché anche quando la letteratura la studiavo delle vita degli autori mi importava sino a un certo punto, Williams è una sorta di fenomeno editorale tardivo. Io di tutto ciò me ne sono infischiata e ho letto Stoner senza conoscere nulla del suo autore. Devo dire che è stata la scelta migliore.

Ecco tutta per vuoi l'ultima immagine della mia collezione di foto brutte fatte ai libri dentro il Kindle.
Ecco tutta per vuoi l’ultima immagine della mia collezione di foto brutte fatte ai libri dentro il Kindle.

 

Stoner è il racconto della vita del professore universitario William Stoner, un uomo che proviene dalla campagna e che non si allonterà mai più di 150km dal suo paese natale, una vita priva di guizzi o di fatti che la rendano speciale o, a primo impatto, degna di essere raccontata in un libro e con un finale che conosciamo sin dalle prime pagine del romanzo (sono certa che non ci voglia molta fantasia per capire come andrà a finire la storia della vita di una persona ma visto che ci siamo SPOILER: alla fine del libro, ma se lo leggerete lo saprete sin dall’inizio, il povero William Stoner Muore).

Cos’ha quindi di bello, di notevole, questo libro che a raccontare la trama non presenta nulla di speciale? È molto semplice, è tutto frutto della bravura dell’autore, che ti fa appassionare alla vita di un professore di letteratura inglese, che fa passare gli anni in un secondo senza però dare la sensazione di buttar via il racconto.
A mio modesto parere la dimostrazione che la bravura dello scrittore possa rendere interessante anche la trama più abusata.
Non è questione di innovare, di superare i cliché a tutti i costi, ciò che conta è saper scrivere. La differenza tra uno scrittore e una persona che scrive sta tutta là. Io su questo blog scrivo, ma è evidente che non è il mio mestiere o il mio talento la scrittura e quando questa sensazione la dà un libro, personalmente, la vivo come una presa in giro. Per carità, è bellissimo che oggi esista la possibilità di farsi conoscere e autopubblicarsi, ma io sono convinta che non tutti nasciamo scrittori (o musicisti, o poeti etc.) nonostante le attuali proposte in libreria provino a smentirmi in tutti i modi.

In definitiva consiglio Stoner a tutti, una lettura breve ma significativa seppur nel racconto di una vita come tante.
In Italia Stoner è pubblicato da Fazi ed è in vendita al prezzo di 14.88 euro in formato cartaceo e 12.99 euro in formato ebook sul Kindle Store di Amazon (con l’opzione di lettura gratuita se abbonati a Kindle Unlimited)

 

I buoni propositi di lettura del 2014 VI: Invisible Monsters di Chuck Palahniuk

Complici un paio di giorni in cui ho usufruito del fantasmagorico servizio di trasporto pubblico della mia regione per spostarmi dal mio paese alle due città vicine, ho sfruttato i viaggi di cui sopra per dedicarmi alla lettura e nel tempo record di 3 corse da meno di un’ora ho portato a conclusione un libro che avevo sul mio Kindle da un po’ di tempo ma che avevo sempre messo da parte in favore di altro che mi entusiasmava di più sul momento. In effetti ciò che ho letto è stato disturbante, privo di qualsiasi empatia, intricato, cattivo e crudo eppure reale nel suo essere totalmente inverosimile. Si tratta di Invisible Monsters di Chuck Palahniuk romanzo del 1999 che io leggo a soli 15 anni di distanza dalla sua pubblicazione.

La cover di Invisible Monsters. Tra le tante che si possono trovare in giro non è neanche la più disturbante.
La cover di Invisible Monsters. Tra le tante che si possono trovare in giro non è neanche la più disturbante.

 

*Attenzione: lievi, anzi lievissimi spoiler sulla trama. Nessun finale, nessun colpo di scena (forse mezzo)*

Shannon McFarland è una modella dal presunto successo. Si ritrova a fare pubblicità alle peggiori cose, sullo sfondo di macelli, sfasciacarrozze e altri ambienti degradanti per far risaltare la sua bellezza.
Ha un fidanzato di nome Manus, una migliore amica di nome Evie e conflitti mai risolti con i suoi genitori che venerano il suo fratello omosessuale scappato di casa a 16 anni e morto di AIDS. Poi un giorno tutto cambia: un incidente, uno sparo, gli uccelli e Shannon perde letteralmente la faccia e la bellezza. Senza più la mandibola, mangiata dagli uccelli, è oramai un mostro dal volto deforme senza più la possibilità di mangiare cibi solidi o di parlare in maniera comprensibile. L’infermiera/suora del reparto la vuole presentare agli uomini più deformi che passino per l’ospedale ma lei rifiuta. Non è più bella, non è più nessuno. Manus scompare, la sua amica la invita a casa ma solo per farla fuori, sembra non esserci alcuna via d’uscita quando arriva lei, la Principessa Brandy Alexander, così alta, bella e rifatta; così donna come neanche Shannon è mai stata nonostante una vaginoplastica separi  la principessa dall’esserlo biologicamente.
Brandy travolge e stravolge la vita di Shannon e la trascina in un viaggio alla ricerca di medicinali da trafugare tra Stati Uniti e Canada in un continuo cambiare identità e vita. Avvolta da veli che nascondono il suo volto Shannon non è più un mostro è un mistero e le persone amano il mistero. A far loro compagnia c’è il signor Alfa Romeo, una delle tante identità inventate da Brandy per Manus. Anche Brandy in realtà non è chi dice di essere ma questo lascio a voi scoprirlo o vi racconterei tutto.

In un mondo tanto patinato quanto vuoto, dove per far risaltare una bellezza del corpo si ricorre a qualunque mezzo i protagonisti hanno tutti perso la bussola, non sanno più chi sono, non sanno più chi vogliono, chi possono essere. Brandy scappa trascinando con sé Shannon la quale, più fugge via più capisce di aver bisogno della fuga perché non potendo più essere la modella bella, vuota e ingenua non ha la forza, i mezzi per poter capire cosa diventare. Eppure quando i pezzi del puzzle vanno tutti a incastrarsi in maniera (fin troppo) perfetta la vicenda si avvia a una conclusione in cui sembra esserci una speranza, un fragile equilibrio forse trovato per la prima volta, un dono che più grande non può esistere, la scoperta che dietro le foto, i vuoti complimenti, la notorietà c’era solo un folle e disperato bisogno di essere amate.
Palahniuk non si fa e non ci fa mancare nulla durante la vicenda andando ad affrontare diversi temi, tra cui spiccano quello dell’omosessualità, della transessualità e della ricerca di se stessi anche se non vengono affrontati in maniera troppa approfondita, visto anche il numero di pagine del romanzo (227 pagine). L’unico aspetto veramente “disturbante” per me durante la lettura è stato lo stile un po’ confusionario e ballerino fino al momento in cui non si comprende il perché la protagonista (narratrice in prima persona della vicenda) continui a rivolgersi al lettore come i fotografi si rivolgevano a lei quando era una modella, in un’imitazione anche a livello stilistico del vuoto di quel mondo che Palahniuk sembra voler accusare.
In definitiva un libro da leggere ma non per tutti, credo che lo stile dell’autore possa allontanare un certo tipo di lettori che amano una narrazione più lineare e, d’altra parte, capisco che ci siano persone poco interessate a temi e autori tanto eclettici quanto disturbanti.

Questo non è stato il mio primo incontro con Palahniuk né sarà l’ultimo (ho già un altro suo romanzo che mi aspetta, ma dovrà aspettare un altro po’); dello stesso autore ho letto, poco più di una decina di anni fa, Fight Club sull’onda emotiva del film che sembrava aver travolto tutto e tutti tra le mura del liceo, però mi ricordo più il film (o meglio Edward Norton) del libro, cioè ricordo che il finale fosse diverso ma dovrei dargli nuovamente uno sguardo. Di sicuro però lo ricordo come una lettura meno cervellotica di Invisible Monsters con uno stile non interrotto ogni poche frasi dal classico “Dammi più cuore, Dammi più verità” (che poi non so se nel libro ci sia veramente questa combinazione, ma sono talmente tante che potrei averci preso V.v).

Invisible Monsters è pubblicato nella collana Piccola Biblioteca Oscar di Mondadori ed è in vendita al prezzo di 9.50 euro in edizione cartacea e al prezzo di 6.76 euro in formato ebook sul Kindle Store di Amazon.it e  6.99 euro sullo store Kobobooks.


Ti metti a contare i fatti ed è deprimente.

Posso mangiare solo cibi per poppanti.

La mia migliore amica si è scopata il mio fidanzato.

Il mio fidanzato mi ha quasi accoltellato a morte.

Ho dato fuoco a una casa e per tutta la notte sono andata in giro puntando un fucile contro gente innocente.

Mio fratello che odio è tornato dai morti per mettermi in secondo piano.

Sono un mostro invisibile, e sono incapace di amare. Non so cosa sia peggio.

Scherzi del destino: un racconto di Alice Munro

E un certo genere di serietà in una ragazza rischia di offuscarne le grazie…

Ecco a voi un altro dei miei capolavori fotografici. Il giorno che comparirà una foto del mio kindle fatta come si deve, sappiate che non l'ho fatta io...
Ecco a voi un altro dei miei capolavori fotografici. Il giorno che comparirà una foto del mio kindle fatta come si deve, sappiate che non l’ho fatta io…

Ci sono situazioni nella vita che ti incastrano in una routine all’interno della quale non c’è spazio per la vita “normale”. Robin lo sa benissimo. Ha 26 anni, è un’infermiera e a casa deve occuparsi di sua sorella, trentenne bloccata nel corpo di una ragazzina dall’asma che l’ha resa cinica e disillusa. L’unico strappo alla regola, nella vita monotona di Robin, fatta di lavoro, casa, chiesa e poco altro,  è una serata a teatro in città, rigorosamente da sola a seguire un’opera di Shakespeare in città. Alla fine di ogni spettacolo poi, la ragazza si regala un panino prima di tornare alla stazione e al treno che la riporterà alla sua vita quotidiana.

Un anno però qualcosa cambia, Robin si incanta a guardarsi allo specchio e scorda la borsa nei bagni del teatro senza più ritrovarla. Senza soldi e senza documenti non sa proprio cosa fare fino all’incontro scontro con un dobermann e il suo padrone. E da qui tutto cambia. Per una sera la vita di Robin si stravolge, scompaiono le preoccupazioni, le afflizioni della vita quotidiana e compare la follia dell’attrazione, dell’amore a prima vista per lo straniero, il montenegrino dai capelli rossi e la promessa di un nuovo incontro in concomitanza del regalo che Robin si fa ogni anno.

E qui mi fermo o racconterei tutto, se però avete un’idea di ciò e cosa scrive la Munro capirete benissimo che le cose non sono così facili, né così lineari, né per forza tristi e sconsolate.

Scherzi del destino è, a mio modesto e totalmente personale parere, un racconto magistrale. Nelle poche pagine che un racconto può offrire l’autrice è riuscita a coinvolgermi e avvolgermi nella storia di Robin, una storia che seppure possa apparire ai giorni nostri più verosimile che veritiera permette di poter empatizzare con la protagonista e le sue piccole ossessioni. Il tutto si inserisce nel classico stile della Munro che apre lunghe parentesi nel passato per poi tornare al presente senza dare l’impressione di essersi persa. La conclusione che va a spiegare perfettamente il titolo del racconto stesso (in inglese  è forse la parte più vera per quanto impensata e impensabile. La vita ci fa scherzi quotidianamente e non sono mai privi di conseguenze.

Scherzi del destino è un racconto del premio Nobel per la letteratura 2013 Alice Munro, pubblicato in Italia nel 2004 all’interno della raccolta In Fuga da Einaudi e reso disponibile come racconto singolo a partire dal 2013 in ebook nella collana Einaudi Quanti (io l’ho acquistato sullo store di Amazon al prezzo di 1.99 euro).

PS:

A margine del breve commento al racconto volevo segnalarvi l’uscita nei cinema proprio oggi (non in quelli italiani però) di un adattamento di un altro racconto della Munro. Si tratta di Hateship, Loveship il racconto che dà il titolo alla raccolta Nemico, Amico, Amante (ne avevo già parlato qui se vi interessa sapere cosa ne penso). Ho visto il trailer e sembra ci siano alcune discrepanze, si parla di mail al posto di lettere e di Chicago invece che di Gdynis. Sarei curiosa di vederlo se fosse disponibile nel mercato italiano o anche se le recensioni dei critici su Rotten Tomatoes non erano poi così favorevoli. Facendo un rapido giro sul web, troverete sicuramente il trailer.

La locandina del film Hateship Loveship, da oggi nei cinema statunitensi. A oggi senza alcun distributore italiano.

 

 

I buoni propositi in ebook: Trent’anni e li dimostro di Amabile Giusti

Ecco qua il famoso libro misterioso di cui avevo accennato nell’altro post. Si tratta di un’opera che esiste solo in versione digitale sullo store di Amazon è che ho preso un po’ a scatola a chiusa al prezzo di 1.99 per circa 188 pagine.

Ecco quindi senza ulteriore indugio, in diretta dal mio Kindle, la copertina di “Trent’anni e li dimostro” di Amabile Giusti.

Prendo una barretta di fondente dalla dispensa e mi chiudo nella stanza. Sgranocchio rabbiosamente la cioccolata, come se volessi punirla. La inghiotto con dispetto, sottoponendola al castigo della digestione.*

Ecco qua quella che dovrebbe essere la protagonista che sorride e sembra fiera della sua chioma leonina (beata lei che riesce a portare i capelli ricci corti così, io sembro il re della foresta)

Ecco qua quella che dovrebbe essere la protagonista che sorride e sembra fiera della sua chioma leonina (beata lei che riesce a portare i capelli ricci corti così, io sembro il re della foresta)

Non sapevo nulla dell’autrice, Amabile Giusti, e anche ora la mia conoscenza si limita alla lettura di questo libro e al fatto che gli altri suoi due libri che ho trovato su Amazon.it, “Cuore Nero” e “Odyssea. Oltre il varco incantato” si trovino solo in formato digitale e siano a tematica fantasy*². Semplicemente il giorno di Natale cercavo un libro a basso costo per inaugurare il Kindle e l’occhio è caduto su questo per due motivi: il prezzo e il titolo. Così, pochi secondi e ho iniziato la lettura.

In un pomeriggio sonnacchioso e noioso come quello di Natale, incastrato tra il pranzo e l’arrivo dei parenti Trent’anni e li dimostro si è rivelato un piacevole intrattenimento, in grado di mantenere alta l’attenzione e di farmi leggere tutto d’un fiato l’intero libro in un paio d’ore ma niente di più. In realtà ho storto il naso in un paio di occasioni e per motivi differenti. Più che altro il “problema” è l’uso di un linguaggio a volte fin troppo scurrile in situazioni in cui, a mio parere, non era strettamente necessario. Anche se ci si accoppia senza travolgente sentimento d’ammmmmore non è che in automatico si scopa o si fotte, cadere nel “Io non faccio l’amore, Anastasia, io fotto senza pietà” (cit. pessima da un libro pessimo) non mi sembra certo il massimo dell’originalità, parere personale sia chiaro eh. A parte questo a livello stilistico, grammaticale etc. il libro è ben scritto e la lettura è molto fluida.

Devo poi capire perché la protagonista, la classica “sfighella” (passatemi l’inesistente termine) che condivide la casa con il dio del sesso sceso sulla terra, pronto a copulare con chiunque tranne che con lei basta che respiri (amiche della protagonista comprese) debba avere come simbolo della sua sfiga contrapposta alla somma figaggine della sorella i capelli ricci e ribelli. Eh no, NON CI STO. Sì questo è lo sfogo, inutile, di una persona condannata dalla vita ad una chioma riccia e fluente abbiate pietà, ho talmente tanti capelli che più di una parrucchiera si è lamentata di dolori al polso dopo avermi lisciato i capelli.

Un ultimo appunto, un momento di ignoranza che non mi faccio problemi ad ammettere. Qualcuno mi sa spiegare la differenza tra un romanzo rosa e uno chick-lit? Perché, probabilmente per miei limiti, la differenza non la vedo.

In definitiva, Trent’anni e li dimostro” si è rivelato un piacevole passatempo, un libro che consiglierei più alle donne che cercano sempre il lieto fine (in cui mi includo nonostante la dura corazza) che al resto dei lettori e che regalerà il lieto finale che dalle prime pagine, in fondo, tutti coloro che hanno deciso di iniziare la lettura sanno che verrà loro donato.

* Situazione a caso che suppongo sia capitata a più di una donna nella vita, quella splendida relazione di odio e amore col cioccolato, palliativo di ogni delusione d’amore  carico di endorfine e secondo alcuni articoli scientifici neanche così portatore di ciccia e brufoli (cit.)

*² Mi informano (grazie Yue) che esiste anche un libro cartaceo Non c’è niente che fa male così del 2009 che su Amazon però non è disponibile e proprio per quello non mi mostrava a una prima ricerca.

PS: Foto bonus e random della custodia del mio Kindle. Una roba di una sobrietà e serietà assolute. E sì la lettura del libro della Munro procede ma è un libro di racconti quindi non disperate arriva, arriva.

Sobrietà a palate in questa foto, tra unghie e custodia non saprei che scegliere.
Sobrietà a palate in questa foto, tra unghie e custodia non saprei che scegliere.

I bilanci del 2013: quali dei miei (pochi) buoni propositi di lettura vi è interessato di più?

In colpevole ritardo eccomi qua a parlare un po’ dell’anno appena trascorso e su come le cose siano andate per questo piccolo blog senza alcuna pretesa (e ci mancherebbe altro) . Ero partita bella pimpante e nei primi due mesi del 2013 ho recensito praticamente tutto quello che ho letto, poi è arrivato marzo e qualcosa si è inceppato (leggi non avevo tempo per scrivere, non sapevo che scrivere, mi stavo preparando per partire, insomma una marea di scuse). Sono stata a Terni e non ho scritto nulla (e non ho letto nulla, shame on me). Passata l’estate ho cercato di riprendere ma, alla fine, ho prodotto a fatica solo tre post, di cui uno che palesemente interessava me e al massimo i fan di Doctor Who più che i lettori abituali di libri. Questo però non vuol dire che io abbia smesso di leggere. Anzi ho letto di più rispetto ad anni passati, la verità è che più che altro c’è stata un po’ di fatica a riportare le mie impressioni su carta, data la mia proverbiale insicurezza che si trasmette un po’ a tutto ciò che faccio (sì anche a delle stupide recensioni).

Alla fine ho parlato di soli 8 libri nel 2013 su questo blog e i post che avete apprezzato di più sono due, con lo stesso esatto numero di visite: si tratta delle recensioni di “Norwegian Wood“di Haruki Murakami e di “Le notti Bianche” di Fëdor M. Dostoevskij.  Capisco il grande rumore attorno al primo autore, “Norwegian Wood” che è stato il mio incontro con lo stesso mi aveva lasciato molto più entusiasta che il resto delle letture. Di Murakami ho letto, ma non recensito “A sud del Confine a Ovest del Sole”. Il problema è che al terzo protagonista che ama lo stesso brano jazz che non conosce nessuno tranne lui, Murakami e tutti quelli che i suoi libri hanno letto mi sono un po’ cadute le braccia di fronte a tale rarefazione tanto che il regalo per il mio compleanno giace non letto (trattasi di 1Q84) e non ho intenzione per ora di iniziare la lettura. Per quanto riguarda Dostoevskij sapevo forse di andare più sul “sicuro” nonostante la tendenza diffusa a considerare la letteratura russa ottocentesca quel filino pesante (fosse solo per le dimensioni dei tomi).

A parte questo scarno bilancio che dire, a Natale è arrivato un regalo gradito (e aspettato) ovvero il Kindle Paperwhite. Questo mi ha finalmente consentito di smettere di leggere gli ebook al pc (provando a preservare un po’ della mia vista). In realtà l’ho già sfruttato, leggendo un libro di cui sto pensando se parlare e ora ho iniziato questo:

Di questo vorrei parlare sempre che riesca a scrivere o che, nel frattempo io non mi incanti a rileggere i soliti 3 libri che mi rapiscono sempre e comunque.
Di questo vorrei parlare sempre che riesca a scrivere o che, nel frattempo io non mi incanti a rileggere i soliti 3 libri che mi rapiscono sempre e comunque.

Credo si legga, comunque è “Nemico, Amico, Amante” di Alice Munro, la fresca vincitrice del premio Nobel per la letteratura. Vediamo se il prossimo post sarà su questo o sull’altro titolo “misterioso”.

Per questo 2014 avevo pensato di partecipare a una o più “Sfide di lettura” ma ho poi cambiato idea: mi conosco troppo bene e so benissimo che, quando mi impongo certe cose le lascio irrimediabilmente a metà. Quindi tutto ciò che riuscirò a leggere sarà il benvenuto e quello di cui riuscirò a parlare ancora di più.

Buon anno e buone letture a tutti!

PS: Magari potrei provare a parlare d’altro ogni tanto, ma non prometto nulla (vedere alla voce quando mi impongo certe cose le lascio irrimediabilmente a metà)