I bilanci del 2013: quali dei miei (pochi) buoni propositi di lettura vi è interessato di più?

In colpevole ritardo eccomi qua a parlare un po’ dell’anno appena trascorso e su come le cose siano andate per questo piccolo blog senza alcuna pretesa (e ci mancherebbe altro) . Ero partita bella pimpante e nei primi due mesi del 2013 ho recensito praticamente tutto quello che ho letto, poi è arrivato marzo e qualcosa si è inceppato (leggi non avevo tempo per scrivere, non sapevo che scrivere, mi stavo preparando per partire, insomma una marea di scuse). Sono stata a Terni e non ho scritto nulla (e non ho letto nulla, shame on me). Passata l’estate ho cercato di riprendere ma, alla fine, ho prodotto a fatica solo tre post, di cui uno che palesemente interessava me e al massimo i fan di Doctor Who più che i lettori abituali di libri. Questo però non vuol dire che io abbia smesso di leggere. Anzi ho letto di più rispetto ad anni passati, la verità è che più che altro c’è stata un po’ di fatica a riportare le mie impressioni su carta, data la mia proverbiale insicurezza che si trasmette un po’ a tutto ciò che faccio (sì anche a delle stupide recensioni).

Alla fine ho parlato di soli 8 libri nel 2013 su questo blog e i post che avete apprezzato di più sono due, con lo stesso esatto numero di visite: si tratta delle recensioni di “Norwegian Wood“di Haruki Murakami e di “Le notti Bianche” di Fëdor M. Dostoevskij.  Capisco il grande rumore attorno al primo autore, “Norwegian Wood” che è stato il mio incontro con lo stesso mi aveva lasciato molto più entusiasta che il resto delle letture. Di Murakami ho letto, ma non recensito “A sud del Confine a Ovest del Sole”. Il problema è che al terzo protagonista che ama lo stesso brano jazz che non conosce nessuno tranne lui, Murakami e tutti quelli che i suoi libri hanno letto mi sono un po’ cadute le braccia di fronte a tale rarefazione tanto che il regalo per il mio compleanno giace non letto (trattasi di 1Q84) e non ho intenzione per ora di iniziare la lettura. Per quanto riguarda Dostoevskij sapevo forse di andare più sul “sicuro” nonostante la tendenza diffusa a considerare la letteratura russa ottocentesca quel filino pesante (fosse solo per le dimensioni dei tomi).

A parte questo scarno bilancio che dire, a Natale è arrivato un regalo gradito (e aspettato) ovvero il Kindle Paperwhite. Questo mi ha finalmente consentito di smettere di leggere gli ebook al pc (provando a preservare un po’ della mia vista). In realtà l’ho già sfruttato, leggendo un libro di cui sto pensando se parlare e ora ho iniziato questo:

Di questo vorrei parlare sempre che riesca a scrivere o che, nel frattempo io non mi incanti a rileggere i soliti 3 libri che mi rapiscono sempre e comunque.
Di questo vorrei parlare sempre che riesca a scrivere o che, nel frattempo io non mi incanti a rileggere i soliti 3 libri che mi rapiscono sempre e comunque.

Credo si legga, comunque è “Nemico, Amico, Amante” di Alice Munro, la fresca vincitrice del premio Nobel per la letteratura. Vediamo se il prossimo post sarà su questo o sull’altro titolo “misterioso”.

Per questo 2014 avevo pensato di partecipare a una o più “Sfide di lettura” ma ho poi cambiato idea: mi conosco troppo bene e so benissimo che, quando mi impongo certe cose le lascio irrimediabilmente a metà. Quindi tutto ciò che riuscirò a leggere sarà il benvenuto e quello di cui riuscirò a parlare ancora di più.

Buon anno e buone letture a tutti!

PS: Magari potrei provare a parlare d’altro ogni tanto, ma non prometto nulla (vedere alla voce quando mi impongo certe cose le lascio irrimediabilmente a metà)

I buoni propositi di lettura di MariaSte: I salici ciechi e la donna addormentata

Ormai non ho quasi più sentimenti. Anche il mio calore se n’è andato lontano. A volte mi dimentico persino di averlo avuto.

I salici ciechi e la donna addormentata (Einaudi Super ET 13 euro) è una raccolta di 24 racconti di Haruki Murakami, scritti nell’arco di poco più di 20 anni, dal 1983 al 2005, di lunghezza ed argomento variabile. Tra essi spunta “La Lucciola” che altri non è che il racconto da cui è stato tratto Norwegian Wood, di cui ho parlato in passato.

La bellissima cover del libro. Mi ha colpita sin da quando l'ho vista in libreria per la prima volta.
La bellissima cover del libro. Mi ha colpita sin da quando l’ho vista in libreria per la prima volta.

Fare un riassunto sarebbe inutile e praticamente impossibile e non tutti i racconti mi sono rimasti impressi allo stesso modo. Alcuni mi sono piaciuti, altri mi hanno lasciato l’amaro in bocca, di un paio ancora oggi stento a capire il senso.  Tra i racconti che mi sono rimasti impressi più  degli altri, c’è quello da cui ho preso la citazione ad inizio post ovvero “L’uomo di ghiaccio“, storia di un amore condannato dalla natura stessa dell’uomo protagonista che porterà gli amanti nella prigione di ghiaccio più grande della terra. Ci sono poi “I gatti antropofagi” una storia di fuga dal mondo, dalle responsabilità e del vuoto che ciò può portare, il in qualche modo fortemente inquietante “Granchi” storia di scelte banali come il ristorante e di conseguenze che scombussolano corpo e anima ed il racconto finale “La scimmia di Shinagawa” storia di una donna che scorda solo il suo nome perché le è stato rubato da una scimmia ladra di nomi a sua insaputa e solo a causa di un evento sepolto nell’adolescenza della donna stessa.

Il più grande pregio di questo libro credo sia stato quello di farmi inquadrare il mio rapporto con l’autore che, dopo la lettura di Norwegian Wood era più confuso ma più entusiasta. Da qualche parte ho letto che Murakami lo sia ama o lo si odia. Io non rientro in nessuna di queste due categorie. Se lo odiassi non avrei letto anche altro dell’autore e non sarei curiosa di leggere almeno un altro titolo ma non posso assolutamente dire di amarlo. Per quanto in alcuni punti la lettura sia molto facile non riesco a non vedere qualcosa di macchinoso nella sua produzione. Mi spiego meglio: per me la letteratura di Murakami è una sorta di ibrido (insomma non è né carne né pesce), un qualcuno che, con i suoi romanzi, cerca di porsi nel mezzo (non so quanto volontariamente o quanto a causa delle sue stesse influenze) tra letteratura giapponese e letteratura occidentale. Mi sbaglierò ma lo vedo da un lato strizzare l’occhio a noi occidentali con tutti questi riferimenti al jazz, ad un certo tipo di letteratura americana del primo novecento che di primo acchito rapiscono un certo tipo di lettore, dall’altro però è ben legato ad alcune tradizioni, a certi modi di fare e pensare tipicamente giapponesi che, per chi è digiuno della cultura giapponese, sono ostici da digerire e spesso vengono accettati passivamente (un po’ per pigrizia, un po’ perché non vanno ad inficiare la lettura in maniera fondamentale almeno ad una lettura più  superficiale e di intrattenimento). I riferimenti alla cultura occidentale e giapponese però sono praticamente sempre gli stessi e dopo un po’ ci si aspetta che compaia quella canzone tanto amata dal protagonista e poco nota al pubblico o che la ragazza amata dal protagonista sia effimera e scompaia o anche, più semplicemente, il senso di smarrimento fisico oltre che mentale che spesso coglie il protagonista e di riflesso il lettore. Non intendo assolutamente dire che sia  un autore ripetitivo o, ancora peggio, noioso, semplicemente i suoi temi sono quelli e nel corso dei suoi libri ricorrono come impronta digitale dell’autore seppure in contesti diversi. Più che altro mi è stato molto facile individuare i temi cari all’autore e che ricorrono nel corso della sua produzione; forse il leggere un libro fatto di racconti e constatare che nella finestra temporale che li raccoglie lo stile e la prosa siano migliorati (almeno nell’edizione italiana perché nulla posso dire sul libro originale) ma che i temi siano rimasti gli stessi non mi ha entusiasmata più di tanto.

Alla fine dei conti posso dire di ritenere Haruki Murakami un buono scrittore, un buon narratore che però non ha fatto scattare in me la scintilla per potermelo far considerare ottimo. Lungi da me dire cose tipo “ah la letteratura giapponese è ben altro” perché in vita mia ho letto un libro di Banana Yoshimoto durante l’adolescenza, Sly se ben ricordo il titolo, che non mi era piaciuto per niente e Io sono un gatto di Sōseki (ed anche di questo ho parlato in precedenza su questo blog e che potete leggere qua per vedere cosa ne ho pensato) e sarebbe assurdo e pretestuoso parlare a questo modo. Io mi baso semplicemente sulle sensazioni che provo durante la lettura, su quanto questa sia per me facile, sul tempo e la fatica che impiego a leggere un libro. E leggendo i libri di Murakami non riesco a sentirmi partecipe di tutto ciò che accade, a essere empatica con tutte le sensazione ed emozioni che probabilmente l’autore vuole trasmettere. Mi sento un po’ a metà, una parte coinvolta e l’altra che guarda tutto dall’alto con indifferenza. Colpa mia? Colpa sua? Credo la verità stia nel mezzo.

Leggere I Gatti Antropofagi al parco però è stato estremamente piacevole, la brezza degli alberi in contrasto con il caldo della Grecia.
Leggere I Gatti Antropofagi al parco però è stato estremamente piacevole, la brezza degli alberi in contrasto con il caldo della Grecia.

Non saprei se consigliarvi questo libro, forse sì. Forse è quello giusto con cui provare se c’è del feeling con l’autore. I racconti sono variegati, le ambientazioni sono le più disparate anche se i temi di fondo sono sempre gli stessi. Credo che se un lettore non riuscisse a finire I salici ciechi e la donna addormentata potrebbe benissimo salutare Murakami ed andare avanti nella sua vita di lettore con tranquillità escludendo i libri di Murakami da quelli da leggere. Non penso sia un problema non riuscire a leggere qualcuno di tanto acclamato ed amato. Grazie al cielo siamo ancora liberi di leggere ciò che ci piace e siamo liberi di non farci piacere ciò che piace a tutti.

(Hai capito Cime Tempestose? Sì mi riferisco a te, lo so che sei un capolavoro ma io e te non riusciamo ad andare oltre pagina 10, un motivo ci sarà, mea culpa lo ammetto ma non riesco proprio a digerirti)

I buoni propositi di lettura del 2013 III: Norwegian Wood di Haruki Murakami

Tralasciando il fatto che sono febbricitante e che  ho avuto meno tempo di quanto credessi per leggere ecco qua il terzo libro che ho letto quest’anno: Norwegian Wood di Haruki Murakami.

Norwegian Wood (Noruwei no Mori) è un romanzo del 1987 di Murakami Haruki (almeno una volta scriviamo il nome alla maniera giapponese), scritto per metà in Grecia e per metà in Italia, basato su un suo racconto precedente dal titolo La Lucciola. Il titolo è preso da una famosa canzone dei fab four che nel romanzo è la preferita di Naoko che arriva a pagare ogni volta 100 yen alla sua compagna di stanza/casa Reiko pur di fargliela suonare.

Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. […] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.

Premessa: questo è il primo libro di Murakami che leggo e l’ho letto spinta dalla curiosità. Mi è piaciuto. Non so però quanto mi piaccia Murakami come scrittore perché alla fine è solo un libro e non la sua bibliografia completa. Una cosa per l’ho notata: forse è una questione di diversa cultura e di diverso approccio a tematiche come il sesso e la morte o forse è solo la mia forma mentis ma ho fatto un po’ fatica ad accettare che certi argomenti vengano trattati in maniera così netta e limpida.

Tōru Kobayashi si è appena trasferito a Tokyo in un dormitorio esclusivamente maschile  poiché ha iniziato l’università. Divide la stanza con un ragazzo fissato con ordine, pulizie e carte geografiche tanto da essersi guadagnato il soprannome di Sturmtruppen e non ha interesse a fare amicizia. Ha avuto un solo amico, Kizuki, che si è suicidato a 17 anni e frequentava anche Naoko, la taciturna fidanzata del defunto Kizuki. Tōru passa le sue giornate seguendo svogliatamente le lezioni e non interessandosi alle proteste studentesche e seguendo il carismatico e per certi versi inquietante, Nagasawa in avventure con ragazze sempre diverse. Quando un giorno Tōru incontra a Tokyo Naoko i due cominciano a frequentarsi fino a che il giorno del ventesimo compleanno di Naoko i due fanno l’amore. Da lì Naoko scompare improvvisamente e nella vita di Tōru diventa sempre più una presenza costante Midori, frizzante, senza peli sulla lingua, disinibita l’esatto contrario di Naoko, pur portando anch’essa sulle spalle un carico di dolori e responsabilità. Naoko si fa viva da una casa di cura per disturbi mentali dove Tōru va a trovarla e fa la conoscenza di Reiko, compagna di stanza/casa di Naoko, tanto lucida e saggia quanto fragile e segnata dalla vita che cercherà di spiegare a Tōru cosa c’è che non va in Reiko, in lei, in tutti. Tōru si sente sempre legato a Reiko che però si fa sempre più lontana e malata ma si ritrova ad assistere sul letto di morte il padre di Midori che invece non tenendo nulla dentro, sembra riuscire a reggere il peso di tutte le disgrazie che le capitano.

Da questo punto in poi lascio a voi, se interessati la lettura, scoprire come andrà a finire: non voglio rivelare il finale che ho dovuto leggere due volte per poterlo apprezzare a pieno, perché ritengo sia stato un passaggio estremamente catartico e fondamentale seppur non risolutore della faccenda. C’è veramente un senso di liberazione, un senso di messa in pari dei conti, di liberazione da fantasmi, passato, una sorta di testamento morale lasciato al protagonista. Ma anche una sorta di punto per porre fine ad un capitolo della propria vita ed allo stesso tempo punto di partenza dal quale ripartire, non avendo idea di dove ci si trova ma sapendo di non essere persi.

Come dicevo all’inizio il libro mi è piaciuto e, nonostante il poco tempo a disposizione per la lettura (leggo sul pullman mentre vado o torno dal master) è filato via liscio come l’olio. Tōru è  stato un personaggio controverso con il quale a volte mi è stato facile empatizzare mentre altre volte mi ha lasciata a bocca aperta per le sue decisioni o meglio per la sua mancanza di decisione ed il suo lasciarsi trasportare dagli eventi; Naoko invece non l’ho mai amata, troppo silenziosa troppo “condannata” dalla sua prima apparizione a tristezza e malattia, incapace di scuotersi incapace a vivere, se nelle intenzioni di Murakami Naoko doveva rappresentare la persona senza speranze con me c’è riuscito alla perfezione.

I due personaggi che ho preferito in assoluto sono Midori e Reiko. Diverse, completamente diverse ma comunque due figure positive. Midori sopravvive alla morte che sembra seguirla, è forte decisa, sa quello che vuole. È sfacciata, sboccata, capricciosa, è una ventenne che ha deciso di vivere e di non farsi sopraffare dagli eventi. Midori galoppa con la fantasia e con le fantasie erotiche, Midori rimane con Tōru sul tetto di casa a vedere un incendio cantando, Midori vuole vedere un film porno, vuole farlo con Tōru e ci riesce. Midori si offende quando Tōru non si accorge che ha cambiato taglio di capelli. Midori sa cosa vuole e tra capricci ed incongruenze tipiche della sua età, farà di tutto per prenderselo.

Reiko è tormentata, sofferente, segnata nel corpo e nella mente, fragile vittima della pressione e della sua stessa passione, ingannata e raggirata, le è stato tolto due volte da sotto ai piedi il poco di sicurezza che aveva e si è rinchiusa nell’istituto nella convinzione di essere malata. Ha rinunciato a sua figlia, ciò che per lei rappresentava tutto, per il suo bene e quello del suo ex marito. Si affeziona a Naoko e Tōru immensamente e nel fallimento del percorso di guarigione di Naoko riesce a costruire la sua via di fuga, il suo ritorno al mondo, trova la forza per tornare alla vita, per affrontare il mondo con la consapevolezza di essere “diversa” ma non per questo inutile.

Un appunto a parte per i libri e la musica citata da Murakami, romanzi di grandi autori americani, musica jazz e rock tipica di quegli anni, tutte cose che incontrano il mio gusto senza remora alcuna e che, a mio parere, strizzano l’occhio al lettore non giapponese che trova un punto d’incontro in mezzo a shinkansen, bento, futon e love hotel.

In definitiva consiglio la lettura di questo libro che, da quanto ho capito leggendo la bellissima prefazione del professor Amitrano (e badate bene io le prefazioni le salto sempre e non ci torno mai indietro a leggerle) è il romanzo che più si scosta dalla produzione solita di Murakami. Non consiglio Murakami perché non lo conosco, se voi lo conoscete ditemi che ne pensate e se c’è qualcosa che meriti di essere letto (contanto che ho 3 libri prima da leggere)