Un marzo da leoni di Chica Umino

Rei? Come zero? Che strano nome!
Però è perfetto per te, non trovi?
Non hai una casa, non hai una famiglia, non vai a scuola, non hai amici.
Stammi a sentire… Non è da nessuna parte… Non esiste in tutto il mondo…
… Non c’è un posto per te su questa terra! Non credi?

Questo è l’incipit di una delle mie serie preferite che, a ogni nuovo volume, mi conferma come la sua autrice sia una delle poche in grado di farmi commuovere, riflettere, piangere e ridere.
Oggi vi parlo di Un Marzo da Leoni di Chica Umino.

Un marzo da leoni (3月のライオン – March comes in like a lion) è un manga scritto e disegnato da Chica Umino che viene pubblicato sulle pagine della rivista a target seinen Young Animal (la stessa di Berserk per capirci) di Hakusensha a partire dal luglio del 2007. In Italia la serie è pubblicata da Planet Manga a partire dal 2011. La serie è ancora in corso in Giappone e ha vinto il Manga Taisho Award nel 2011, il Kodansha Manga Award nella categoria generale nel 2014 e lo stesso anno si è aggiudicato l‘Osamu Tezuka Cultural Prize. In patria gode di un enorme successo di critica e pubblico e dall’opera originale sono stati tratti un film live action e due serie animate (la prima la potete trovare in streaming gratuito e legale su Netflix).

Di cosa parla questa serie? Be’ parla di shogi, un gioco appartenente alla stessa famiglia degli scacchi o meglio ha come protagonista un giocatore di shogi adolescente considerato da molti un genio per essere diventato professionista quando frequentava ancora le scuole medie.
In realtà Un marzo da leoni è la storia di Rei Kiriyama, un diciasettenne giocatore professionista di shoji che vive da solo in un appartamento spoglio, frequenta il liceo ma è un anno indietro rispetto ai suoi coetanei e ha serie difficoltà a socializzare. Rei è depresso, imprigionato in una vita in cui fa fatica a trovare un motivo per andare avanti oltre la prossima partita; quando gioca si accende, diventa per certi versi spietato spinto da una voglia di vincere quasi immotivata per poi spegnersi e vegetare fino al l’incontro successivo. L’evento che cambia la vita di Rei e innesca tutta la vicenda è l’incontro con le tre sorelle Kawamoto: Akari, Hinata e Momo, che lo accoglieranno come uno di famiglia facendo di tutto per riportarlo a galla. Solo allora Rei si renderà conto che ci sono tanti altri pronti a tendergli una mano, su tutti il suo auto proclamato migliore amico Nikkaidō, il professor Hayashida e molti dei suoi colleghi shogisti, e che la vita può essere molto più  dell’attesa senza scopo tra una partita di shogi e l’altra.

Non voglio dirvi altro riguardo la trama né tantomeno voglio parlare dello stile di disegno della Umino, perché sono la persona meno indicata a farlo. Voglio parlarvi del perché questo manga mi piaccia così tanto, nonostante ai tempi della pubblicazione dei primi volumi più di una persona avesse affermato che fosse una serie noiosa a causa dello shogi. L’abilità della Umino è tale da trasformare le partite che ci presenta in molto più di un semplice scambio di mosse tra avversari: ogni decisione presa davanti alla scacchiera diventa un espediente per raccontare l’animo dei giocatori, per descrivere, ad esempio, lo smarrimento iniziale del nostro protagonista. Non importa capire come si muova il generale argento, non è necessario afferrare i tecnicismi della tattica con la quale i giocatori stiano affrontando l’incontro perché l’autrice ci spingerà a capire cosa scuote il loro animo e la vera battaglia si svolge nella testa e non sulla scacchiera.
Questo ve lo posso assicurare perché nonostante abbia letto tutti i volumi, abbia visto la prima stagione dell’anime continuo ad avere una comprensione dello shogi meno che elementare e non sento assolutamente di perdere nulla.
La vicenda si dipana ben oltre le stanze in cui si gioca a shogi (interi archi narrativi saranno incentrati su personaggi che non fanno parte della schiera dei giocatori) ed è caratterizzata da un’estrema sensibilità, da una capacità di emozionare senza forzature. Non esistono punti in cui la Umino si sforza per farci provare una determinata emozione, il tutto è molto naturale anche quando tratta argomenti molto delicati e di estrema attualità come ad esempio la salute mentale o il bullismo.
Il ritmo della storia è pacato, non ci sono momenti affrettati e la storia è immersa in un’atmosfera tipicamente giapponese che ci affascina per il suo essere esotica ai nostri occhi. La caratterizzazione dei personaggi è estremamente curata, non esistono macchiette o personaggi bidimensionale, per quanto il loro tempo su carta sia poco ognuno ha una personalità definita, ha le sue motivazioni e ogni sua scelta è giustificata. Anche quando non si trovano più in primo piano non vengono mai abbandonati al loro destino e possono tornare al centro dell’azione senza che il lettore si sia scordato della loro presenza.

Un discorso a parte va fatto per il protagonista Rei e per le sorelle Kawamoto. L’evoluzione del personaggio di Rei è bellissima e la Umino ci porta a empatizzare tantissimo con questo ragazzo il cui nome sembra segnarne il destino (Rei è uno dei due modi di dire zero in giapponese): ha perso genitori e sorella in tenera età, nessuno dei suoi parenti lo voleva ed è stato affidato a un amico del padre che giocava a shogi, non è mai riuscito ad ambientarsi in quella famiglia e ha preso la dolorosa decisione di allontanarsene. Lo incontriamo nel pieno del suo smarrimento, ha sconfitto il suo padre putativo in un incontro di shogi e si sente come se lo avesse accoltellato; si paragona a un cuculo che viene abbandonato dai genitori in un nido non suo e per farsi spazio elimina le uova dei legittimi proprietari.
Rei è distrutto e quello che seguiamo è il suo lento e meticoloso processo di comprensione e ricostruzione, lo vediamo scoprire di avere in sé la rabbia, la voglia di andare avanti, la voglia di vincere, la scoperta che pur non amandolo lo shogi è la sua vita. Nella figura di Akari, Hinata e Momo scoprirà la famiglia che sente di non avere avuto dai tempi dell’infanzia. Dalle tre sorella trarrà forza (e cibo) cercando di ripagarle in tutti modi la loro gentilezza.
Dal mio punto di vista le sorelle Kawamoto rappresentano proprio la gentilezza, l’accoglienza, la dolcezza, la volontà di trovare il lato positivo nonostante le difficoltà di cui anche la loro vita è costellata. La loro casa, a detta di Rei, è come un kotatsu* che avvolge i suoi abitanti donando pace e serenità. Akari, la sorella maggiore, ha assunto il ruolo di madre per le due sorelle minori e incarna a pieno una figura materna, anche se troppo giovane per esserlo. Trova Rei ubriaco e abbandonato fuori dal bar di Ginza in cui lavora e lo porta a casa, allo stesso modo con cui raccoglie gatti magri per poterli rimettere in forma. Si è negata parte dell’adolescenza e sembra non accorgersene, parla e si veste come la sua defunta madre pur di lasciare qualche ricordo nella piccola Momo che non ha avuto tempo di conoscerla.
Eppure questo rapporto che sembra a senso unico, diventerà qualcosa di diverso col passare della storia. Quando le sorelle si troveranno davanti alle difficoltà Rei non si tirerà certo indietro e farà di tutto per aiutarle.
Forse, allora, la vera storia di Un marzo da leoni è questa, la ricerca del proprio posto nel mondo perché ci deve essere un posto per tutti anche per chi di nome fa zero.

 

Questo era quello che avevo da dirvi su Un marzo da leoni. Spero di avervi trasmesso almeno in parte quanto io tenga a questa serie, quanto io provi tantissime emozioni durante la lettura, quanto questa storia meriti. Se qualcuno ha letto l’opera precedente della Umino, ovvero Honey & Clover, non dovrebbe perdersi questa serie; se non volete leggerlo provate a dare una chance all’anime (anche se, mio parere, rimane diversi gradini inferiore al manga) e innamoratevi anche voi come me. Ci sarà da soffrire, da star male ma anche da sorridere e gioire.

“Ho avuto l’impressione che questa vecchia casa avvolgesse calorosamente il tempo, le persone, tutto… E pure me.
E mi sembrava che la casa stesse sonnecchiando, così mi sono addormentato. Non ricordo l’ultima volta che mi era capitato di dormire tanto profondamente, dolcemente, sereno.”

A presto e buone letture.

* Il kotatsu è un tipico tavolo giapponese riscaldato al suo interno, e coperto da una coperta/materasso tipici (il futon) attorno al quale i giapponesi trascorrono diverso tempo in inverno. A quanto ho letto deve essere una sorta di mostro della comodità che ti avvolge e non ti consente di sfuggirgli.

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