Letture di Marzo

Marzo è stato un mese corposo dal punto di vista delle letture. Ho letto tanti libri, ben otto (ma sento in qualche modo di “aver barato” perché la maggior parte di loro era sotto le 200 pagine) ma non posso ritenermi soddisfatta. Se nel 2016 avevo preso ben poche “cantonate” questo 2017 invece si distingue, al momento, per alti e bassi, grandi scoperte e cocenti delusioni.

So che non ho parlato delle letture dei primi due mesi dell’anno ma ogni lasciata è persa e quindi parliamo solo del mese appena trascorso, tra libri per bambine ribelli, anziani semisconosciuti che attraversano le notti parlando nello stesso letto e astronauti estremamente improbabili.

Nuova postazione, stesse foto bruttissime. Non mi smentirò mai. Mancano le letture in ebook.

Andiamo in ordine cronologico.
Il primo libro letto a marzo 2017 è uno dei due ebook, ovvero Cara Ijeawle ovvero Quindici consigli per crescere una bambina femminista di Chimamanda Ngozi Adichie, piccolissimo saggio sul femminismo sotto forma di lettera che l’autrice scrive in risposta a una precisa domanda di una sua amica, che aveva appena partorito una bambina. Con uno stile coinvolgente ma semplice e pur parlando di una realtà geograficamente e culturalmente lontana dalla mia, la Adichie mi ha fatto annuire per tutta la lettura esprimendo un punto di vista sul femminismo e sugli errori nei quali noi donne per prime cadiamo, in maniera assolutamente condivisibile.
Femminismo è una parola che fa paura a molti, poiché condivide quella desinenza tipica di tutti gli estremismi dai quali si farebbe bene a star lontani, eppure predica qualcosa di profondamente diverso, ovvero l’uguaglianza e la parità tra i sessi. A mio parere la Adichie incarna perfettamente questo spirito e rende accessibile a tutti questo pensiero che ancora oggi divide e crea accesi dibattiti online e offline.
Assolutamente consigliato a tutti. Qui potete trovare i miei pensieri a caldo, scritti sul mio profilo Goodreads.


Ho letto poi L’arte di correre di Haruki Murakami. Ah Murakami, lo scrittore giapponese che mi ha “sedotta e abbandonata” in un mondo fatto di donne misteriose e sfuggenti, di uomini incompresi e incomprensibili  e di club jazz dove si suonano sempre e solo canzoni sconosciute ai più (tranne che al lettore che al terzo libro sa benissimo di cosa si parla). Insomma si capirà che non sono una grandissima fan dello scrittore giapponese eppure ho voluto concedergli una possibilità e devo dire che ho apprezzato questo breve saggio sulla corsa e sul suo modo di scrivere molto più di quanto non abbia apprezzato la maggior parte dei suoi libri da me letti. Sia chiaro che io non sono una fan della corsa (possiamo dire senza alcun dubbio che io odio correre e lo associo con l’arrivare da qualche di corsa, quindi come un qualcosa a cui ricorrere come extrema ratio) eppure sono riuscita ad apprezzare ciò che ho letto soprattutto per il fatto che mette a nudo la personalità dell’autore che non si fa troppi problemi a mettere in mostra i suoi difetti. Sotto questo punto di vista trovo Murakami apprezzabile. Non so se leggerò altro dell’autore, in realtà ho fermo da agosto 2015 L’uccello che girava le viti del mondo: è lì in libreria che mi guarda con il suo segnalibro all’interno, io lo guardo di rimando e ricordo ancora che Kaoru Tada era sceso nel pozzo per la prima volta quando ho interrotto la lettura (per partire in vacanza e non riprenderla al ritorno) ma se penso a cosa voglio leggere non è certo questo il primo libro che mi viene in mente. Prima o poi lo finisco, più poi che prima.


Veniamo poi a una delle due grandi delusioni del mese. Facciamo una più mezza e un’altra mezza. Questa è quella intera. Non è un qualcosa che grida vendetta come la lettura di gennaio de Il circo della notte (al solo pensiero mi pento di aver speso tempo e denaro per quel libro) ma non ci andiamo troppo lontani.
Si tratta di Sopravvissuto – The Martian di Andy Weir, super mega fenomeno letterario da cui è stato tratto un film di successo di Ridley Scott, con protagonista Matt Damon. La lettura di questo libro è stata per me sconcertante, ho pensato che potesse essere a causa dell’edizione italiana ma no è proprio lo stile di Weir che non va assolutamente d’accordo con me. Storia di un astronauta che rimane isolato su Marte, creduto morto dal resto dell’equipaggio della sua missione, e che riesce a risolvere (anche troppo) brillantemente le difficoltà che si pongono sul suo cammino con un atteggiamento a mio parere assurdo.
Detto ciò il protagonista del libro, tale Mark Watney agronomo, ingegnere e genio che non si perde d’animo e con la battuta sempre pronta, l’ho trovato assolutamente assurdo, non credibile e insopportabile. In alcuni momenti ho sperato che non ce la facesse (sì, sono una brutta persona) e invece il finale del libro era palesemente scritto dalla prima pagina.
Assolutamente non il libro per me e non credo vedrò mai il film.
E sì, per qualche giorno ho provato una forte avversione per il nastro adesivo, una sorta di deus ex machina del libro, chi ci mancava poco venisse eletto a nume protettore del nostro unico abitante di Marte.


Dopo questa lettura assolutamente insoddisfacente mi sono dedicata ad altro e in pochi giorni ho letto due brevi romanzi che mi sono piaciuti entrambi seppure per motivi diversi tra loro.
Il primo è Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Ho sentito parlare lo scorso anno in lungo e in largo della Trilogia della Pianura di questo autore e ho deciso di avere il primo approccio con l’autore attraverso l’opera appena pubblicata, ambientata negli stessi luoghi della Trilogia ma con altri protagonisti.
Sono convinta di aver compiuto un’ottima scelta perché la storia di questi due anziani vedovi che decidono di condividere le loro notti e raccontarsi le loro vite mi ha immerso in atmosfere che amo particolarmente ma che di solito riesco a trovare solo nei fumetti slice of life. Anche se lo stile di scrittura è estremamente semplice, la lettura è stata quasi poetica e mi è spiaciuto finisse così in fretta; mi sarebbe piaciuto leggere un po’ di più di questa storia di vita di tutti giorni tra affetti familiari, rapporti irrisolti che vanno a scontrarsi con l’urgenza dell’età che avanza e che non si pone più tanti problemi sul giudizio altrui.


Il secondo di questi due brevi romanzi è Chesil Beach di Ian McEwen. Brevissima storia di una luna di miele tra due persone che si amano ma non si conoscono, che sono arrivati all’altare ma sono incapaci di comunicare tra loro e delle conseguenze, facilmente intuibili di che tipo, porti la mancanza di comunicabilità all’interno della coppia. Inoltre il romanzo va a toccare un tema che ho trovato raramente all’interno delle mie letture e che mi ha fatto piacere affrontare.
Purtroppo però ha un difetto che mi impedisce di apprezzarlo a pieno (insomma di assegnargli le 5 stelline) ovvero il finale della vicenda (che io ritengo più che altro un epilogo) narrato da uno solo dei due punti di vista, quando invece sarebbe stato bello leggere entrambi. A prescindere da questo neo ho trovato la storia interessantissima e lo stile di scrittura avvincente e incalzante, una corsa verso l’ineluttabile interrotta da un’onda di ricordi che però non vanno assolutamente a spezzare il ritmo della narrazione.

Sì, lo so, è appena uscito un nuovo libro di McEwen (Nel Guscio) probabilmente aspetterò la sua uscita nella collana economica per acquistarlo e leggerlo. Io con McEwen vado sempre a piccole dosi, un libro all’anno, non di più.


Verso gli ultimi dieci giorni di marzo poi ho avuto voglia di sperimentare e provare cose mediamente amatissime e diverse dalle mie solite letture. Il risultato? Le due mezze delusioni di cui parlavo sopra unite da un filo conduttore che fa impazzire un certo pubblico, ma non me. Probabilmente un caso doppio di “è colpa mia non del libro”
La prima mezza delusione è il libro del momento, se ne è parlato anche in tv e ha un target di età che io supero di almeno 20 anni, ovvero Storie delle Buonanotte per Bambine Ribelli di Elena Favilli, Francesca Cavallo e tantissime altre illustratrici. Libro nato negli Stati Uniti e finanziato con un crowfounding dai tratti trionfali, racconta con un linguaggio e dei toni adatti a bambini di 8-10 anni la storia della vita di 100 donne straordinarie con le quali le piccole lettrici possano identificarsi e prendere a modello. L’idea nasce perché le figure femminili nei libri per l’infanzia sono spesso ridotte a figure secondarie spesso non parlanti e a volte neanche decorative.
L’iniziativa è quindi assolutamente lodabile. Io, che non sono mai stata una bambina ribelle, però non sono riuscita ad apprezzarlo nella sua totalità. Probabilmente sbaglio a leggerlo con gli occhi di una persona adulta ma non condivido la presenza di alcune figure all’interno di questo libro e soprattutto trovo le biografie alquanto scarne, anche da piccola avrei voluto saperne di più. Posso chiudere un occhio sulle semplificazioni e sul fatto che diverse vicende (e il concetto di morte in toto) siano edulcorate, dopo tutto è difficile far comprendere a bambini molto piccoli certi concetti però un paio di cose non le capisco.
La prima è il diverso trattamento dato ad alcuni personaggi rispetto ad altri, se decidiamo di mettere il doppio cognome per le donne sposate lo manteniamo per tutte, capisco che il cognome da nubile di Marie Curie sia oggettivamente impronunciabile (Skłodowska per dovere di cronaca) e lei sia nota come Madame Curie ai più ma se per altre figure è stato adottato il doppio cognome sarebbe stato bello adottarlo per tutte.
La seconda è la scelta stessa di alcune figure e il bagno di “Social Justice” (sì quella di Tumblr) che questo libro ha fatto prima della pubblicazione. Inutile girarci attorno, a mio modo di vedere, anche se le autrici sono italiane questo prodotto è tipicamente statunitense, figlio di una mentalità che ci appartiene fino a un certo punto e che a volte fatichiamo a capire.
A mio parere ottima l’idea, lodevole l’iniziativa e migliorabile l’esecuzione. No, io non sarei in grado di fare meglio, non ne ho i mezzi.
Ultimo appunto: ma i bimbi maschi secondo voi vorranno leggere un libro che li esclude dal titolo? Non sarebbe il caso di far leggere anche ai bimbi di donne forti e importati per far capire loro che sia uomini che donne sono in grado di prendere in mano le redini del loro destino e cambiare anche quello di intere nazioni?

La seconda mezza delusione invece è il fenomeno editoriale del New York Times del 2016, “il libro che ogni donna dovrebbe avere sul proprio comodino” ecc. ecc. Il mio primo excursus nel mondo della poesia contemporanea ovvero Milk & Honey di Rupi Kaur.
La grafica di questo libro è super accattivante, la composizione delle poesie intercalate con dei disegni (o meglio degli schizzi) è forse il lato migliore di questa raccolta di poesie che trattano di argomenti delicati e strazianti. Sono parole d’amore, dolore, perdita e rinascita che a volte riescono e altre no. Anche in questo caso a volte sembra di trovarsi a scrollare la dashboard di Tumblr invece che un libro e questo è un dispiacere perché nel mezzo invece si trovano piccole perle, messaggi potenti e universali che scaldano cuori feriti e creano unità laddove ci sarebbe solo sofferenza e divisione. Più che quando si parla di amore, il libro riesce quando si parla di guarigione, di autostima, di amore per se stesse indipendente dal prossimo, di femminismo, di unione tra donne. Purtroppo a volte cade.
Purtroppo avevo aspettative troppo alte e un livello di comprensione della poesia troppo basso, sono convinta che tantissime altre persone lo sapranno apprezzare molto più di me.


Infine ho deciso di chiudere il mese tornando a visitare l’autore del mio libro preferito dello scorso anno, per chi se lo fosse perso lo trovate in questo post ma giusto per avvisarvi si tratta de Il Maestro e Margherita, ovvero Michail Afanasevič Bulgakov con i suoi Appunti di un giovane medico, raccolta di racconti che narrano le vicende romanzate delle avventure di un giovanissimo Bulgakov appena laureato in medicina in un ospedale rurale circondato da contadini e casi medici assurdi. Sotto lo pseudonimo di Bomgard, vediamo tutte le paure e le insicurezze del giovane medico, i suoi successi assolutamente inaspettati e le dolorose sconfitte e non ci vengono risparmiati dettagli tipicamente medici (bisogna infatti ricordare che inizialmente questi racconti furono pubblicati proprio su riviste mediche).
Questi dettagli sono stati il mio unico problema con il libro, per una persona che si sente malissimo alla vista del sangue e mentre legge riesce a visualizzare le cose con estrema chiarezza, leggere una descrizione precisa e accurata di una tracheotomia è una dura prova. Tanto da farmi chiudere il libro per un po’ e poi riprendere la lettura. Per il resto è lo stile affascinante e ironico di Bulgakov, meno raffinato rispetto al suo romanzo più famoso ma assolutamente coinvolgente. È assolutamente comico leggere di come il giovane medico immagini i più grandi disastri ai suoi pazienti (tutti per mano sua ovviamente) e poi agisca, come posseduto, come un medico navigato e senza alcuna incertezza.
Non vedo l’ora di leggere altro di Bulgakov, devo solo decidere cosa. Sto pensando anche di recuperare la miniserie della BBC dedicata a questa raccolta di racconti, se l’avete vista fatemi sapere se ne vale la pena!

Sono arrivata alla fine e sono super arrugginita, perdonate il post senza senso: è solo il mio tentativo di ricominciare a parlare di libri.
Voi cosa avete letto a marzo? Avete letto per caso qualcosa che ho letto pure io? Fatemelo sapere e buone letture per aprile!

A presto!

9 pensieri su “Letture di Marzo

  1. Pur leggendo sempre con molto piacere gli articoli sulle tue ultime letture, difficilmente lascio dei commenti, semplicemente perché spesso si tratta di libri che non ho avuto modo di leggere, per cui davvero non avrei un granché da dire.
    Stavolta, però, un commentino lo posso fare: “Appunti di un giovane medico” è un libro letto diversi anni fa (quando ero una giovane – quasi – medico) che ho molto apprezzato: nonostante i quasi cento anni trascorsi dalla sua stesura e la lontananza geografica, è ancora uno specchio fedele degli stati d’animo e dei dubbi che ancora oggi chi intraprende questa professione si trova ad affrontare.
    Nota semi-seria: per Bomgard una delle situazioni più difficili da affrontare è il parto, perché sa che all’improvviso qualcosa potrebbe sempre andare storto; quando qualche mese fa mi sono trovata ad essere dall’altra parte ed ad essere io la partoriente, non facevo altro che pensare a quel racconto e al panico del povero Bomgard (che ovviamente era anche il mio raddoppiato! XD).
    Ho visto le due stagioni della miniserie BBC e non mi sono dispiaciute: certo, non è un adattamento fedele, ma le libertà prese sono piuttosto interessanti, e non mi hanno fatto gridare allo scandalo.
    Sono contenta di avere la tua opinione su “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli” e “Milk & Honey”: effettivamente sono i libri di cui più ho sentito parlare negli ultimi tempi, ed ero curiosa di sentire qualche giudizio un po’ meno… entusiasta. Peccato soprattutto per le “Storie della Buonanotte”: come te, sono convinta che l’idea di base sia davvero buona, e mi dispiace sapere che la resa non lo sia altrettanto. Alla prime presentazioni del libro, finalmente disponibile anche in italiano, ero piuttosto infervorata, ma più se ne parlava, più l’idea che fosse un progetto fin troppo allineato con una certa impostazione alla ricerca di consensi, cominciava a balenare nella mia mente, e tu hai dato finalmente un nome a questa mia sensazione, ossia la temibile Social Justice tumbleriana!
    Proprio oggi ho visto l’ebook di The Martian in offerta: mi hai risparmiato un acquisto!
    A presto!!!

  2. Grazie mille a te per aver commentato. Mi rendo conto che spesso le mie letture non sono “allineate” al gusto comune, mischio un po’ tra generi e spesso leggo in inglese. Oltretutto mi rendo conto che i miei pareri non sono quasi mai allineati.
    Io ci ho messo tutto per farmi piacere sia le Storie della buonanotte che Milk and Honey eppure non ci sono riuscita. Sulle figure che non conoscevo non mi è stato raccontato niente e di quelle che invece conoscevo erano solo raccontini all’acqua di rose. Venti donne in meno e una paginetta di biografia in più non avrebbe fatto male. Oltretutto, girando per la rete, ho scoperto che il libro è stato scritto in 3 mesi dopo la chiusura del crowdfounding.
    Per Milk and Honey, una volta sentita la “puzza” di Tumblr Social Justice ho perso parte del piacere della lettura, ma nel libro ho diversi post per segnare le poesie che mi sono piaciute.
    Per diverse persone è addirittura un libro che cambia la vita, un po’ mi spiace che per me non sia così.

    The Martian per me è allucinante. Io non ci credo nell’ottimismo a tutti i costi e nella battuta pronta quando si è gli unici abitanti di un pianeta, col cibo razionato e la morte a ogni angolo. Sono più del partito panico XD.

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