I buoni propositi di lettura del 2013 V: Apologo del giudice bandito di Sergio Atzeni

“Stringe le pietre nel pugno, le lancia in aria.

Volano, cadono a terra disegnando una casa.”

Sergio Atzeni era uno scrittore sardo. Uno scrittore sardo che non c’è più, che ha trovato la morte sugli scogli dell’Isola di San Pietro nel settembre del 1995. Sergio Atzeni ha scritto uno dei libri più belli che io abbia avuto la fortuna di leggere (chiaramente a mio parere), un libro che a leggerlo suona e risuona nella mente, intriso d’amore, di rimpianti e di orgoglio. Si trata di Passavamo sulla terra leggeri, pubblicato postumo nel 1996 e che ho avuto la fortuna di leggere 5 o 6 anni fa. Ho provato poi a cercare altre opere di questo autore senza successo per un po’ di tempo, poi sono stata travolta da impegni e letture di altro tipo e solo lo scorso Natale, complice l’amore per il libro citato in precedenza condiviso da mio padre, questo libro è entrato in casa mia pronto per essere letto e, suo malgrado, da me commentato.

Apologo del giudice bandito è, escludendo un romanzo pubblicato nel 1984 e ripubblicato modificato con il titolo di Bellas Mariposas (Belle farfalle), il primo romanzo di Atzeni. Apologo del giudice bandito è un libro di poco più di 130 pagine ambientato nella Sardegna del 1492, lontana dai viaggi di Colombo per il raggiungimento delle Indie Orientali, devastata dall’ennesima invasione delle cavallette e dall’oppressione spagnola, con i sardi ridotti a schiavi o nascosti nelle montagne che assistono al delirio collettivo spagnolo di un processo contro le cavallette voluto dal viceré e condotto dai gesuiti. Nei giorni del processo e dell’assurda condanna si intrecciano le vicende di vari personaggi, grassi e stupidi baroni spagnoli, la schiava Juanita indomita ed in fuga per difendere la sua virtù e quel poco di libertà, gesuiti avidi e condannati a condannare delle bestie, sardi saggi e conoscitori del futuro ed il giudice, catturato, gettato nel pozzo ma anche da là in grado di fare qualcosa. I personaggi più che il processo o meglio, l’auto da fé, sono i veri protagonisti e motori delle vicenda: la maggior parte di essi sono sempre in moto, un moto continuo, accelerato che si fa via via sempre più frenetico e che li porta a non andare da nessuna parte. Il contrasto con Itzoccor, il giudice bandito del titolo, prigioniero sul fondo del pozzo del palazzo dei viceré è lampante; eppure nella sua immobilità, nel suo nutrirsi di topi e giocare a shah (i moderni scacchi) è lui a porre un punto alla vicenda a condurla verso la sua inevitabile conclusione.

Non si può raccontare molto della trama del libro senza svelare come la vicenda si concluda, occorre ricordare però che il processo a danno delle locuste da parte del tribunale dell’inquisizione di Cagliari è un fatto storico e provato e che il sogno e tentativo di Atzeni era quello di raccontare la storia della Sardegna e dei sardi sotto forma romanzata. A mio parere si nota la differenza con Passavamo sulla terra leggeri a livello di liricità del testo, questo però non ha inficiato la lettura e le sensazioni che questa può fare al lettore, in questo caso io, ne può trarre. Infatti se nelle prime pagine i diversi punti di vista dei personaggi sembravano non avere alcun punto in comune, e si può avere una sensazione di smarrimento, con il proseguire della vicenda tutti i punti di vista convergono verso il loro destino che ha, come punto in comune per tutti, il processo e le locuste. Nella sua brevità il libro è coinvolgente e crudo, sembra quasi mostrare anche fisicamente le brutture interiori dei personaggi che lo popolano e, nonostante l’ambientazione mostra un quadro della società che agli occhi di molti può risultare assolutamente attuale, specie per i lettori sardi. In conclusione a mio parere veramente un bel libro che sicuramente appassionerà i sardi e gli appassionati della Sardegna e la sua storia ma che può essere apprezzato anche da chi di sardo non ha nulla perché il racconto di un popolo oppresso e del suo oppressore è, sfortunatamente, universale.

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