I buoni propositi di lettura del 2013 III: Norwegian Wood di Haruki Murakami

Tralasciando il fatto che sono febbricitante e che  ho avuto meno tempo di quanto credessi per leggere ecco qua il terzo libro che ho letto quest’anno: Norwegian Wood di Haruki Murakami.

Norwegian Wood (Noruwei no Mori) è un romanzo del 1987 di Murakami Haruki (almeno una volta scriviamo il nome alla maniera giapponese), scritto per metà in Grecia e per metà in Italia, basato su un suo racconto precedente dal titolo La Lucciola. Il titolo è preso da una famosa canzone dei fab four che nel romanzo è la preferita di Naoko che arriva a pagare ogni volta 100 yen alla sua compagna di stanza/casa Reiko pur di fargliela suonare.

Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. […] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.

Premessa: questo è il primo libro di Murakami che leggo e l’ho letto spinta dalla curiosità. Mi è piaciuto. Non so però quanto mi piaccia Murakami come scrittore perché alla fine è solo un libro e non la sua bibliografia completa. Una cosa per l’ho notata: forse è una questione di diversa cultura e di diverso approccio a tematiche come il sesso e la morte o forse è solo la mia forma mentis ma ho fatto un po’ fatica ad accettare che certi argomenti vengano trattati in maniera così netta e limpida.

Tōru Kobayashi si è appena trasferito a Tokyo in un dormitorio esclusivamente maschile  poiché ha iniziato l’università. Divide la stanza con un ragazzo fissato con ordine, pulizie e carte geografiche tanto da essersi guadagnato il soprannome di Sturmtruppen e non ha interesse a fare amicizia. Ha avuto un solo amico, Kizuki, che si è suicidato a 17 anni e frequentava anche Naoko, la taciturna fidanzata del defunto Kizuki. Tōru passa le sue giornate seguendo svogliatamente le lezioni e non interessandosi alle proteste studentesche e seguendo il carismatico e per certi versi inquietante, Nagasawa in avventure con ragazze sempre diverse. Quando un giorno Tōru incontra a Tokyo Naoko i due cominciano a frequentarsi fino a che il giorno del ventesimo compleanno di Naoko i due fanno l’amore. Da lì Naoko scompare improvvisamente e nella vita di Tōru diventa sempre più una presenza costante Midori, frizzante, senza peli sulla lingua, disinibita l’esatto contrario di Naoko, pur portando anch’essa sulle spalle un carico di dolori e responsabilità. Naoko si fa viva da una casa di cura per disturbi mentali dove Tōru va a trovarla e fa la conoscenza di Reiko, compagna di stanza/casa di Naoko, tanto lucida e saggia quanto fragile e segnata dalla vita che cercherà di spiegare a Tōru cosa c’è che non va in Reiko, in lei, in tutti. Tōru si sente sempre legato a Reiko che però si fa sempre più lontana e malata ma si ritrova ad assistere sul letto di morte il padre di Midori che invece non tenendo nulla dentro, sembra riuscire a reggere il peso di tutte le disgrazie che le capitano.

Da questo punto in poi lascio a voi, se interessati la lettura, scoprire come andrà a finire: non voglio rivelare il finale che ho dovuto leggere due volte per poterlo apprezzare a pieno, perché ritengo sia stato un passaggio estremamente catartico e fondamentale seppur non risolutore della faccenda. C’è veramente un senso di liberazione, un senso di messa in pari dei conti, di liberazione da fantasmi, passato, una sorta di testamento morale lasciato al protagonista. Ma anche una sorta di punto per porre fine ad un capitolo della propria vita ed allo stesso tempo punto di partenza dal quale ripartire, non avendo idea di dove ci si trova ma sapendo di non essere persi.

Come dicevo all’inizio il libro mi è piaciuto e, nonostante il poco tempo a disposizione per la lettura (leggo sul pullman mentre vado o torno dal master) è filato via liscio come l’olio. Tōru è  stato un personaggio controverso con il quale a volte mi è stato facile empatizzare mentre altre volte mi ha lasciata a bocca aperta per le sue decisioni o meglio per la sua mancanza di decisione ed il suo lasciarsi trasportare dagli eventi; Naoko invece non l’ho mai amata, troppo silenziosa troppo “condannata” dalla sua prima apparizione a tristezza e malattia, incapace di scuotersi incapace a vivere, se nelle intenzioni di Murakami Naoko doveva rappresentare la persona senza speranze con me c’è riuscito alla perfezione.

I due personaggi che ho preferito in assoluto sono Midori e Reiko. Diverse, completamente diverse ma comunque due figure positive. Midori sopravvive alla morte che sembra seguirla, è forte decisa, sa quello che vuole. È sfacciata, sboccata, capricciosa, è una ventenne che ha deciso di vivere e di non farsi sopraffare dagli eventi. Midori galoppa con la fantasia e con le fantasie erotiche, Midori rimane con Tōru sul tetto di casa a vedere un incendio cantando, Midori vuole vedere un film porno, vuole farlo con Tōru e ci riesce. Midori si offende quando Tōru non si accorge che ha cambiato taglio di capelli. Midori sa cosa vuole e tra capricci ed incongruenze tipiche della sua età, farà di tutto per prenderselo.

Reiko è tormentata, sofferente, segnata nel corpo e nella mente, fragile vittima della pressione e della sua stessa passione, ingannata e raggirata, le è stato tolto due volte da sotto ai piedi il poco di sicurezza che aveva e si è rinchiusa nell’istituto nella convinzione di essere malata. Ha rinunciato a sua figlia, ciò che per lei rappresentava tutto, per il suo bene e quello del suo ex marito. Si affeziona a Naoko e Tōru immensamente e nel fallimento del percorso di guarigione di Naoko riesce a costruire la sua via di fuga, il suo ritorno al mondo, trova la forza per tornare alla vita, per affrontare il mondo con la consapevolezza di essere “diversa” ma non per questo inutile.

Un appunto a parte per i libri e la musica citata da Murakami, romanzi di grandi autori americani, musica jazz e rock tipica di quegli anni, tutte cose che incontrano il mio gusto senza remora alcuna e che, a mio parere, strizzano l’occhio al lettore non giapponese che trova un punto d’incontro in mezzo a shinkansen, bento, futon e love hotel.

In definitiva consiglio la lettura di questo libro che, da quanto ho capito leggendo la bellissima prefazione del professor Amitrano (e badate bene io le prefazioni le salto sempre e non ci torno mai indietro a leggerle) è il romanzo che più si scosta dalla produzione solita di Murakami. Non consiglio Murakami perché non lo conosco, se voi lo conoscete ditemi che ne pensate e se c’è qualcosa che meriti di essere letto (contanto che ho 3 libri prima da leggere)